Gasparo Narvesa

Un pittore dal manierismo elegante, lieto e religioso

Gasparo Narvesa: un nome che probabilmente a molti risulta sconosciuto mentre, per alcuni, non sarà altro che una vaga conoscenza.
È vero, se ci chiedessero di nominare il primo artista friulano che ci viene in mente ricorderemmo subito Giovanni Antonio de’ Sacchis, conosciuto comunemente come il Pordenone e non penseremmo minimamente al Narvesa.

Come già accennato però, siamo sicuri che, almeno una volta durante una vostra visita turistica nel pordenonese o nello spilimberghese, vi siate imbattuti in qualche sua opera.
Con questa premessa non si vuole assolutamente porre l’artista nel medesimo piano del Pordenone, ma allo stesso tempo riteniamo che possa guadagnarsi un posto di rilievo nell’arte locale.
Nel suo piccolo (diciamo piccolo perché i suoi incarichi si restringono ad un area geografica limitata) seppe rielaborare ed interpretare in chiave modesta soluzioni provenienti da linguaggi artistici di grandi pittori cinquecenteschi quali Paolo Veronese, Francesco Bassano e Palma il Giovane.

Conosciamo quindi questo artista ripercorrendo alcuni momenti della sua produzione.

Il Narvesa nacque a Pordenone nel 1558; il padre, proveniente probabilmente da Narvesa, lavorava come sarto in una bottega cittadina. Una prima traccia documentaria che riporta il nome dell’artista risale al 1574. In una delibera del consiglio di Pordenone si attesta che in quell’anno, al Narvesa, venne rilasciato un modesto sussidio tale da garantire all’artista una prima formazione come pittore: lo stesso atto verrà replicato poi cinque anni dopo consentendogli di proseguire l’apprendimento del mestiere al di fuori della città. Fino all’età di vent’anni il Narvesa ebbe maestri esclusivamente locali mai citati però nelle fonti. Nonostante i benefici ottenuti è poco probabile che il pordenonese abbia avuto la possibilità di recarsi a Venezia per completare la sua formazione. Come già accennato in precedenza nelle sue opere si rintracciano elementi provenienti soprattutto dalla tradizione  veronesiana che ebbe modo di conoscere mediante l’operato di Francesco Montamezzano, allievo del Caliari che lavorò al ciclo di affreschi nel palazzo Ragazzoni nella vicina Sacile.

Interni di palazzo Ragazzoni a Sacile (PN) con affreschi di Francesco Montemezzano, dal quale il Narvesa apprese la lezione del Veronese.

Nel 1585 da Pordenone, il Narvesa si trasferì definitivamente a Spilimbergo dove nel 1588 realizzò la sua prima opera per la chiesa di San Giovanni dei Battuti. Trattasi di una Visitazione ambientata in uno spazio aperto tagliato da un’ incombente quinta architettonica sulla destra.

Alla fine del XVI secolo risale una tela conservata ora nella chiesa di Santa Maria dei Battuti a Valeriano raffigurante la Ss. Trinità, San Giovanni Battista e la Madonna in Gloria, San Severo, San Valeriano e la figlia del pittore, la giovane Vincenza. Curiosa è sicuramente la storia legata a questa pala che costituisce un vero e proprio voto religioso dove l’artista ringrazia San Severo per aver guarito la bambina affetta da una grave malattia agli occhi. La piccola è infatti rappresentata ai piedi del Santo e regge un cartiglio nel quale è espresso il voto del padre.

A cavallo fra il XVI e XVII secolo l’artista adempirà ad incarichi per alcune chiese a Montereale Valcellina, Marsure di Aviano, Vivaro e Sequals.

Una delle commissioni più importanti fu quella del 1611; trattasi della pala con la Ss.Trinità, la Madonna in Gloria, la cacciata dei demoni e l’ Adorazione dell’Eucarestia da parte della Confraternita conservata ora al Museo Civico di Pordenone. Nella parte inferiore del quadro l’artista dispone a semicerchio i frati della confraternita Rossa, committenti dell’opera, mentre nel registro superiore lascia spazio al gruppo della Trinità.

Nel secondo decennio del Seicento notiamo nelle tele del Narvesa un cambiamento che interessa soprattutto l’ aspetto cromatico: le tonalità infatti si presentano meno brillanti rispetto alle opere realizzate in precedenza. Questa svolta si deve all’avvicinamento dell’artista alle nuove tendenze provenienti dal mondo veneziano: i modelli di riferimento in questo momento si riconoscono in Francesco Bassano e Jacopo Palma il Giovane.

Un incarico importante risalente al secondo decennio del Seicento è quello del Cristo in Croce tra la Vergine e San Giovanni nella chiesa di San Pantaleone a Spilimbergo; in questi anni lavora anche a Vivaro e ad Aviano dove realizzerà per la parrocchiale nel 1617 la pala della Madonna del Rosario. Quest’opera, interessante per la sua inconsueta iconografia, sviluppa il tema dei misteri celesti lasciando il quindicesimo mistero in alto, al centro della composizione.

Nel duomo di Spilimbergo, a cornice della splendida tela di Giovanni Martini, il Narvesa eseguì fra il 1626-27, i Misteri del Rosario e una Madonna del Rosario col Bambino e San Domenico. L’ ultima opera dell’artista viene identificata nel Martirio di due Sante a Spilimbergo: questa tela in passato venne giudicata come un opera settecentesca data un’iscrizione riportante la data “1741” sul retro; la critica ha ipotizzato che potesse riferirsi a qualche restauro avvenuto negli anni Quaranta del XVIII secolo.

Il Narvesa è ricordato principalmente per la sua attività di artista da cavalletto ma fu anche un discreto frescante. Purtroppo per mancanza di opere e fonti non è possibile quantificare con certezza le opere in questione. Ricordiamo però un lacerto di affresco raffigurante Cristo in Croce fra i Santi Severo e Francesco visibile nella cosidetta Torre orientale a Spilimbergo; questo costituisce ad oggi un’importante testimonianza di questa attività, per la maggior parte perduta ma non meno interessante.

Gasparo Narvesa, Cristo Crocifisso e Santo Vescovo, affresco, 1600 – 1610 ca. – Spilimbergo
Bibliografia:

L. MENEGAZZI, Gasparo Narvesa, 1975

Dizionario Biografico dei Friulani, v. Gasparo Narvesa

Autore:
Alice Mazzarella

Dott.ssa in Conservazione dei beni culturali e studentessa magistrale di storia dell’arte e conservazione dei beni storico-artistici.