Gianfrancesco da Tolmezzo

Una linea inconfondibile nel Friuli di fine Quattrocento

Quando si pensa al Quattrocento nell’arte vengono in mente le conquiste prospettiche del Brunelleschi a Firenze o i richiami al mondo classico, ma il Friuli è terra di confine, lontana dai centri culturali ed artistici in cui si stava formando la cosiddetta “rinascita”.

Gianfrancesco del Zotto detto da Tolmezzo, originario di Socchieve, è stato uno dei primi artisti friulani a sentire una certa curiosità nei confronti di quello che stava accadendo a Padova con Andrea Mantegna. Sono suoi i migliori cicli di affreschi quattrocenteschi del Friuli e inseguire le sue opere ci da l’occasione non solo di esplorare un periodo artistico della nostra Regione, ma anche di immergerci in contesti di eccezionale bellezza paesaggistica: spesso le opere di Gianfrancesco sono racchiuse in piccole chiese montane o campestri, la cui vista anche solo dall’esterno suscita particolare emozione.

I primi affreschi sono datati 1482 e si collocano già al di fuori del contesto natale dell’artista, nella chiesa di San Nicolò di Comelico in provincia di Belluno, in Veneto. Questo ciclo di affreschi ci racconta di un artista che non può essersi formato esclusivamente in Friuli: lo vediamo per esempio, dall’uso della prospettiva che, seppur empirica ed artigianale, garantisce profondità e credibilità. Tuttavia, non rinuncia allo stile a cui sarà coerente per tutta la sua vita, cioè un segno grafico distinguibile e marcato e una quasi ossessiva volontà di definire a punta di pennello ogni piccolo dettaglio.

La linea per Gianfrancesco è importantissima, sia nel suo andamento sinuoso sia in quello più drammatico vicino alla tradizione tedesca.

Attento e capace di assorbire più influenze, nello stesso anno si trova a Vivaro, dove dipinge una Pietà dall’importanza straordinaria dal punto di vista iconografico: il tema della Pietà in Italia non era largamente diffuso come poi avverrà nel Cinquecento e deriva, invece, dai Vesperbild, sculture di media dimensione raffiguranti la Madonna con Cristo morto tra le braccia, di tradizione centroeuropea e boema.

Rimaniamo nella Destra Tagliamento, nella piccola chiesa campestre di Barbeano, oggi circondata dai vigneti, al tempo di proprietà dei Signori di Spilimbergo. Varcando il bel portale scolpito alla maniera dei lapicidi lombardi, siamo catturati dal presbiterio interamente affrescato che contrasta con la navata spoglia e candida. Le schiere simmetriche di angeli musicanti secondo gli esperti di musica rinascimentale, non solo suonano strumenti descritti correttamente, ma legni, fiati e archi sono distribuiti in modo equilibrato per il tipo di musica che si suonava nel Quattrocento. Se i Di Spilimbergo si erano rivolti a Gianfrancesco era evidentemente per il suo status di pittore moderno, aggiornato e curioso come dimostrano la decorazione della cornice dipinta a motivi geometrici tridimensionali ed il cavallo con il cavaliere, insolita figura in movimento nel repertorio finora statico dell’artista.  

Ma la sua caratteristica principale rimane il forte grafismo che si rende evidente anche all’ombra delle Alpi di Forni di Sotto, nella fiabesca chiesa di San Lorenzo (1492). Qui è possibile ammirare l’opera in uno dei migliori stati di conservazione così come nella chiesa di San Martino a Socchieve, vicino a Tolmezzo: si conserva ancora lo sfondo di quel blu profondo che in molti altri casi è andato perduto; a Socchieve addirittura vediamo ancora la doratura dell’aureola di Santa Barbara, nel sottarco absidale.

Gianfrancesco da Tolmezzo, Chiesa di San Martino a Socchieve (UD)

La sua precisa poetica appare ormai chiara, ma Gianfrancesco non teme l’introduzione di nuovi riferimenti.

Infatti tornando in pianura, nella parrocchiale dedicata a San Leonardo a Provesano, troviamo una delle opere più potenti dell’artista, la Crocifissione (1496), che si staglia imponente e ricchissima di dettagli anche nei paesaggi retrostanti che Gianfrancesco trae sempre dal contesto che poteva vedere all’epoca.

Non possiamo poi ignorare il fare violento ed esuberante degli episodi della Passione di Cristo tratte dalle incisioni nordiche di Martin Schongauer, maestro di Albrecht Dürer, che ritroviamo curiosamente con scene quasi identiche nella Chiesa di San Gregorio (1497-1500) a Castello d’Aviano.  Qui, la scena dell’Ultima Cena ci offre un curioso particolare: la presenza di gamberi rossi. Il gambero di fiume nel nostro territorio era infatti un cibo molto comune, presente nei ricchi corsi d’acqua dell’epoca; erano disponibili a tutti e particolarmente consumati proprio nel periodo della Quaresima. Come spesso accade, inoltre, gli elementi reali assumono anche significati simbolici e diverse sono le teorie elaborate dagli storici.  

Negli anni successivi, abbiamo pochissime certezze sul suo operato. Una è costituita dagli affreschi della chiesa di Pignano di Ragogna del 1502, purtroppo deturpati da una traccia di un elettricista. Successivamente è a Cordenons insieme a Pietro da Vicenza e poi a Torre di Pordenone; esegue una serie di lavori a Pordenone e dintorni con grande versatilità: dai fregi profani per alcuni dei palazzi più prestigiosi in palazzi in Contrada Maggiore, come quelli eseguiti probabilmente per la famiglia Mantica, ai capitelli votivi lungo le strade, come quello di Prata di Pordenone che raffigura una dolcissima Madonna con il Bambino (1499) ispirata sicuramente alle rotondità di Giovanni Bellini.

Lo ritroviamo ancora a Pordenone nella Chiesa del Cristo e nella Concattedrale di San Marco e di nuovo a Castello d’Aviano per eseguire alcuni affreschi e l’unica opera su tela rimastaci per la Chiesa di Santa Giuliana in Cimitero, di cui abbiamo accennato nell’articolo Il Rinascimento lungo la Pedemontana pordenonese. In questi anni del primo Cinquecento la sua attività si sovrappone ai primi passi del grande Giovanni Antonio de’ Sacchis e per alcune opere, almeno agli esordi dell’attività del Pordenone, è sorta incertezza nell’attribuzione, come è accaduto per la chiesetta campestre di Marzinis, vicino Pescincanna e recentemente attribuita ad un giovanissimo Pordenone. Nel suo peregrinare per il Friuli e il Veneto orientale tra Cordenons, Cinto Caomaggiore, Cordovado, Annone Veneto, la Carnia, Gianfrancesco da Tolmezzo riuscì nell’impresa non semplice di portare il Rinascimento in una terra geograficamente e culturalmente lontana dai grandi centri artistici dell’epoca, fu il primo artista veramente rinascimentale in Friuli e ci ha lasciato un patrimonio diffuso tra le aspre montagne carniche e la sconfinata campagna tutto da esplorare e valorizzare.

Bibliografia:

F. Dell’Agnese, La pittura parietale di Gianfrancesco da Tolmezzo: distribuzione territoriale e costanti iconografiche, in “Tumieç, 57° congres, 4 otubar dal 1998″, pp. 613-634;
G. Bergamini, Gianfrancesco da Tolmezzo (Gianfrancesco Del Zotto), pittore friulano, in “SAUR, 53 (2007), 206-208;
Il Quattrocento nel Friuli Occidentale. Atti del convegno (Pordenone, 1993), II, Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 1996, 195-234;
C. Furlan, Gianfrancesco da Tolmezzo. Il restauro della pala di Santa Giuliana in Castello di Aviano, Pordenone, Geap, 1991;
G. Bergamini (a cura di), Il disegno nell’arte di Gianfrancesco da Tolmezzo, San Vito al Tagliamento, Ellerani, 1972;
P. Casadio, Gianfrancesco da Tolmezzo. Il restauro degli affreschi di Barbeano e Provesano, Udine, Arti grafiche friulane, 1983;

 

Note extra:

L’articolo è stato pubblicato in GiroFVG, Inverno 2019-2020, anno XV, numero 4, pp. 15-20.