Il Pordenone nei dintorni della sua città.

Giovanni Antonio de’ Sacchis è il massimo artista rinascimentale friulano e non solo: la sua produzione testimonia una forte conoscenza dell’ambiente veneto prima e romano poi, coniugando l’essenza delicata della pittura veneziana al suo temperamento vigoroso che lo porta ad apprezzare per esempio gli affreschi dinamici e corposi di Raffaello in Vaticano.

Questo itinerario circolare di 20 km, ad oggi non segnalato e provvisto di infrastrutture adeguate, porterebbe alla scoperta di piccoli gioielli dispersi in quelli che oggi sono ampliamenti del tessuto urbano del capoluogo, ma che un tempo erano piccoli borghi. 
Partendo dal ponte di Adamo ed Eva, le cui statue in realtà sono dedicate a Giove e Giunone, di fronte a noi il viale alberato incornicia la chiesetta della Santissima. Oggi ortodossa, è un gioiello del XVI secolo la cui forma inusuale, ottagonale, è stata voluta da Ippolito Marone, sacerdote e architetto della Confraternita della Santissima Trinità. L’interno contiene uno dei cicli di affreschi più suggestivi della città, ad opera del Calderari, allievo del Pordenone, e di Pomponio Amalteo, genero dello stesso. All’interno è possibile ancora vedere i segni delle numerose piene del Noncello che l’hanno ripetutamente invasa, deteriorandone in parte l’apparato pittorico.

Con attenzione a causa della strada trafficata, si raggiunge un breve ma suggestivo tratto di ciclabile che costeggia il fiume dietro la fiera della città, regalando inediti scorci sul placido Noncello, fino all’attracco del traghetto. Ritornati verso una zona maggiormente inurbata, raggiungiamo la località di Vallenoncello. La parrocchiale di Ss. Ruperto e Leonardo contiene un’opera cardine per capire l’evoluzione giovanile del Pordenone: la Madonna con il Bambino tra i Santi Sebastiano, Ruperto, Leonardo e Rocco (1513-14) restaurata da Giancarlo Magri, si ispira alla Pala di Castelfranco di Giorgione, per l’impostazione scenografica del trono, e denota, nonostante la produzione precoce un artista con mano e stile semplice ma sicuro, con un’attenzione particolare per gli scorci architettonici. Adiacente alla chiesa l’oratorio ospita tre affreschi recentemente attribuiti con qualche riserva ad un giovanissimo Pordenone ancora undicenne. Poco distante, raggiungibile da una laterale della Pordenone-Oderzo, sorge poi una graziosa e poetica chiesetta romanica, San Leonardo in Sylvis che contiene lacerti di affreschi databili tra il XIV e il XVII secolo.

Velocemente raggiungiamo l’antico borgo di Villanova e la Chiesa dedicata a San Ulderico, già presente nel XIII secolo ed evidentemente rimaneggiata in epoche più tarde. Una volta varcato il portale lapideo del Pilacorte, autore anche dell’altare, entriamo nella navata che conduce all’abside poligonale la cui volta a crociera e le pareti laterali sono state affrescate con una gamma cromatica particolarmente luminosa dal Pordenone (1514-1515). Gli affreschi denotano un linguaggio pittorico ardito che di li a poco avrebbe reso celebre l’autore ben oltre i confini regionali.

Seguiamo adesso idealmente il corso del fiume Meduna e risaliamo fino alla frazione di Torre, costeggiando i cotonifici che caratterizzano questo territorio, una piccola parte dei quali è stata felicemente recuperata, restaurata e riconvertita in Immaginario Scientifico nel 2011.
Riavvicinatici nuovamente al Noncello, ci troviamo nei pressi del parco del Castello, spazio che ogni due anni ospita Humus Park, una delle maggiori manifestazioni internazionali di Land Art. Di fronte si erge la Chiesa dei Santi Ilario e Taziano riedificata nel 1873 e successivamente rimaneggiata nel Novecento; in origine era probabilmente arricchita da affreschi in facciata del tardo XV o inizi del XVI secolo.
Qui ritroviamo opere cinquecentesche del Pilacorte, come per esempio il fonte battesimale o la pila dell’Acqua Santa e opere lignee come il tabernacolo ligneo e il crocifisso, probabilmente provenienti dalla chiesa precedente.
Il tesoro artistico della chiesa è senza dubbio la pala dell’altare maggiore raffigurante la Madonna con il Bambino tra i Santi Ilario, Taziano, Antonio Abate e Giovanni Battista; l’opera ha subito vicissitudini travagliate, tra abbandoni, incuria e restauri discutibili. Resta tuttavia testimonianza di un artista ormai maturo (1520), considerata da alcuni studiosi una delle opere migliori dell’intera produzione.

G. A. De’ Sacchis detto il Pordenone, Madonna con il Bambino tra i Santi Ilario, Taziano, Antonio Abate e Giovanni Battista, Chiesa dei Ss. Ilario e Taziano a Torre di Pordenone (1520).

Ritornando verso Pordenone, proseguiamo verso Rorai Grande percorrendo l’ampia ciclabile di viale Michelangelo Grigoletti. L’aspetto esterno ed interno della chiesa di San Lorenzo nasconde l’origine antica della chiesa risalente probabilmente già al XIII secolo e dipendente dalla pieve di Torre. La vecchia chiesa fu inglobata negli interventi successivi compreso l’ultimo del XX secolo che rese l’antico abside una cappella laterale, la prima a destra. Quest’ultima è stata affrescata dal Pordenone con le figure degli Evangelisti e dei Dottori della Chiesa e probabilmente completata dal pittore vicentino Fogolino intorno al 1921, quando Giovanni Antonio de’ Sacchis si era già impegnato nella decorazione del maestoso Duomo di Cremona.

Anche il Duomo di Pordenone custodisce opere straordinarie, che testimoniano la grandezza dell’artista omonimo. Prima di entrare è doveroso ammirare il portale, la realizzazione più importante del lapicida già incontrato in precedenza, il Pilacorte. La concattedrale di San Marco custodisce innumerevoli testimonianze della ricchezza artistica rinascimentale della zona pordenonese: dall’acquasantiera (Pilacorte, 1508), alla celebre Pala della Misericordia (De’ Sacchis, 1515), Pala dei Santi Francesco, Giovanni Battista e Daniele (Fogolino, 1523), il Crocifisso (Onesti, 1589), Affreschi del Pordenone (1506-1518), opere del Calderari e di Pomponio Amalteo e, possiamo sintetizzare in questa sede, che ogni cappella laterale costituisce un compendio del meglio che l’epoca e la zona offriva a livello artistico.

Le opere custodite nelle chiese minori sono spesso nascoste, non particolarmente valorizzate forse; hanno però un grandissimo valore artistico ed emozionale, soprattutto per le comunità locali, diventando così anche simbolo identitario che permane dei secoli e indissolubilmente legato alla collocazione originaria, non tanto architettonica, quanto almeno geografica.